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Gay & Bisex

IL DOTTOR M. ...


di SERSEX
27.11.2025    |    6.891    |    7 9.8
"» E senza dire altro, gli prende le anche e lo trascina verso l’orlo del lettino, lasciandolo mezzo fuori, completamente esposto, vulnerabile, offerto..."
Giò entra nello studio del dermatologo con l’aria di uno che non ha dormito bene. La sala d’aspetto è vuota, l’odore di disinfettante è appena percettibile, e tutto sembra pulito, asettico, troppo silenzioso.
Poi la porta dello studio si apre e lui compare.
Il dottor M. dev’essere sui quaranta, la barba corta, il camice che non riesce del tutto a nascondere la forma del petto. Occhi scuri, che quando si posano su Giò restano un secondo di troppo. Uno sguardo che non è da medico. Uno che vuole capire cosa hai… e anche cos’altro potresti dargli.
«Prego, Giò. Vieni dentro.»
Giò entra. La porta si chiude con un clack che sembra sigillare l’aria.
Il dottore sfoglia la scheda, poi chiede:
«Mi hai scritto che hai un’irritazione intima, dove?»
Giò esita un secondo, poi si morde il labbro.
«Una zona… delicata.»
Il dottore lo guarda, e quel micro-sorriso che gli illumina la bocca non è professionale.
«Allora dovrò vederla. Spogliati dietro il paravento.»
Giò si sfila la maglietta, poi i jeans. Rimane in slip.
«Anche quelli,» aggiunge il dottore dalla scrivania, senza alzare la voce.
Giò obbedisce.
Quando esce dal paravento è completamente nudo, e l’aria fresca dello studio gli pizzica la pelle. Il dottore resta fermo un istante, gli occhi che scivolano giù, senza nessuna discrezione.
«Vieni qui, mettiti sul lettino.»
Giò si sdraia. Il dottore infila i guanti lentamente, spalmandoli bene sulle dita, facendo quel suono elastico che sa di promessa.
«Dove senti bruciore?»
La mano guantata arriva tra le cosce.
Sfiora.
Preme.
Apre un po’.
«Qui?»
«S-sì... proprio sulla punta dottore»
La voce di Giò trema e non è per il dolore.
Il dottore si avvicina di più, il respiro caldo sul fianco.
«Rilassati. Devo controllare tutto.»
E allora le dita diventano più lente, più attente, più… curiose.
Non è più un controllo: è una visita che scivola, esplora, indugia.
L’altra mano arriva sulla parte interna della coscia, poi sale pianissimo.
Giò sente il sangue spostarsi, il corpo reagire da solo, la pelle che si tende.
«Vedo che la zona è… molto sensibile,» mormora il dottore.
La voce gli vibra vicino all’inguine.
Poi si abbassa.
Troppo.
Decisamente troppo per una visita medica.
E Giò capisce che da quel momento in poi nello studio del dottor M. può davvero accadere di tutto.

Il dottor M. si avvicina ancora, le sue dita guantate che stringono l’interno coscia di Giò come se volesse tenerlo fermo, aperto, disponibile. Il guanto fa un suono sottile quando scivola sulla pelle già calda.
«Sei teso,» mormora.
Non aspetta risposta: con due dita gli apre lentamente le gambe, poi si mette in mezzo, ginocchia contro il lettino.
Giò sente il fiato del medico dove nessun medico dovrebbe mai arrivare.
E l’aria diventa elettrica.
Le dita, invece di limitarsi a toccare, spingono, tracciano, premendo dove Giò è più sensibile, esplorando come se volesse memorizzare ogni centimetro.
«Fammi capire… esattamente… dove ti dà fastidio.»
La sua mano sale, lo prende pieno, lo stringe.
Giò ansima.
Il dottore non perde tempo: gli tira il bacino verso di sé, brutale, deciso.
La testa di Giò sbatte leggermente contro il cuscino del lettino, mentre il medico gli tiene un braccio sull’addome per impedirgli di alzarsi.
«Così reagisce chi ha un’irritazione?» sibila contro la sua pelle.
La voce è bassa, quasi un ringhio.
Poi lo guarda negli occhi, e mentre lo tiene fermo gli sfila il guanto destro coi denti.
Lo lascia cadere a terra.
E con la mano nuda, calda, enorme, piena, lo afferra di nuovo.
Più forte.
Molto più forte.
«Dimmi se fa male.»
Ma non aspetta risposta. Inizia a lavorarlo lento, profondissimo, dalla base fino alla punta, come se lo studiasse con scientifica malizia.
Giò sente la gola chiudersi, i muscoli delle gambe tremare.
Il dottore si inginocchia tra le sue cosce.
La barba sfiora la pelle.
L’alito gli batte contro.
E poi assapora i coglioni, si abbassa del tutto.
La lingua del dottore gli arriva dal basso in un colpo, deciso, lento, largo, che lo costringe ad afferrare il bordo del lettino.
Un gemito strozzato, quasi un supplicare.
Il dottore ride appena, senza staccarsi.
«Shh... devo controllare ogni reazione.»
Lo divora.
Non è tecnica: è fame.
Succosa, sporca, senza vergogna.
Gli tiene le gambe aperte con i polsi, mentre la bocca lo prende sempre più in profondità, fino a farlo inarcare. Ogni tanto si stacca solo per guardarlo, la saliva che gli cola sul mento, il respiro affannato.
«Credo che tu abbia bisogno di una terapia… molto intensiva.»
E senza dire altro, gli prende le anche e lo trascina verso l’orlo del lettino, lasciandolo mezzo fuori, completamente esposto, vulnerabile, offerto.
«Girati.»
La voce non ammette rifiuti.
Giò obbedisce.
Si mette a pancia in giù, il fiato corto, la pelle che brucia di eccitazione.
Il dottore gli apre le gambe con le mani.
Le separa come se stesse preparando un campo operativo.
«Così va meglio.»
E si abbassa di nuovo.
La lingua lo trova ovunque.
Ovunque.
Profonda, insistente, scivolosa, sporca.
Ogni colpo di lingua è un affondo che lo fa gemere nel materassino, mordere il braccio per non urlare.
Il dottore gli tiene le natiche aperte con le dita, senza delicatezza, mentre lo lecca e lo lavora come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Ogni tanto gli dà un colpo di mano sul fianco, come per fargli capire che non deve muoversi.
«Bravo troietta così… tieniti.»
La voce gli vibra addosso.
E quando la lingua si fa troppo intensa, troppo profonda, troppo tutto, Giò perde il controllo del bacino e il dottore lo blocca con un braccio sulla schiena, schiacciandolo giù.
«Ancora. Non hai visto niente.»

Il dottor M. non si ferma finché Giò non geme più nemmeno con la voce: geme col corpo.
Le gambe gli tremano, l’aria gli scappa dai polmoni, il lettino scricchiola.
Il dottore gli afferra i fianchi con entrambe le mani, le dita che affondano nella pelle come artigli.
«Stai fermo,» ringhia, la voce rotta dal desiderio.
E Giò sente la barba del medico scivolare di nuovo tra le natiche, leccarlo più profondamente, più sporco, più violento di prima.
Un suono umido riempie la stanza.
Nessuna delicatezza.
Nessuna distanza professionale.
Solo fame.
Il dottore gli allarga le gambe con le ginocchia, costringendolo ad aprirsi del tutto.
La lingua affonda, poi risale, poi affonda di nuovo, a ritmo, come se lo marcasse.
E ogni volta che Giò prova a scappare da quella sensazione troppo intensa, il medico gli dà uno schiaffo secco sulla coscia.
Smack.
«Resta qui. Non ti ho dato il permesso di muoverti.»
Giò rantola. Il bacino gli sfugge, il corpo vibra.
Il dottore finalmente si stacca, il fiato rovente sulla pelle bagnata.
«Sei fradicio, Giò. Guarda che disastro hai fatto.»
Lo gira di colpo su un fianco, poi lo costringe a mettersi a quattro zampe sul lettino come un paziente in piena resa.
«Così.»
La voce è un ordine.
Il medico si alza, si sbottona i pantaloni.
La cintura tintinna.
La zip scende con un suono metallico lento, ostentato.
Giò non lo vede, ma sente il cambiamento nell’aria.
Il dottore si avvicina alle sue spalle.
Gli prende i capelli, li avvolge nella mano come una maniglia.
Tira indietro la testa, mentre con l’altra mano si fa spazio tra le sue cosce.
«Hai idea di quanto ti ho preparato?»
La punta del cazzo gli sfiora l’apertura appena lavorata dalla lingua, e Giò sobbalza come se avesse preso la scossa.
«Shhh rotto in culo»
Il dottore gli infila due dita in bocca, profonde, facendogli sentire il sapore dei suoi stessi umori.
«Così. Mordile se non vuoi gridare.»
E poi, senza più alcun freno, lo spinge dentro.
Non un colpetto.
Non un test.
Un affondo vero, caldo, pieno, sporco.
Giò si tende tutto. Le mani stringono il bordo del lettino. Gli occhi gli si riempiono di lacrime da quanto è forte e improvviso.
«Eccolo…» mormora il dottore dietro di lui, affondandolo ancora. «Lo sapevo che mi avresti preso tutto.»
Gli tiene i fianchi stretti come se temesse che gli scappasse, poi inizia a muoversi.
Lento all’inizio.
Profondo.
Provocatorio.
Ogni spinta è più bassa, più sporca, più precisa della precedente.
E il suono dei corpi che si schiantano riempie lo studio, mescolato ai respiri scomposti, al rumore della pelle contro la pelle.
Il dottore accelera.
Gli tira i capelli con forza, lo costringe ad alzare il busto, a offrirsi di più.
«Guarda come mi prendi il mio cazzone, senti come ti apro il buco del culo»
La voce gli vibra contro l’orecchio, calda, feroce.
Giò perde tutta la dignità.
Tutto il controllo.
Il corpo risponde per lui, inarchi, spasmi, gemiti soffocati sulle dita che il medico gli tiene ancora in bocca.
Il dottore aumenta il ritmo.
Ogni colpo è uno schianto.
Uno sconquasso.
E Giò sente il medico che sta per perdere ogni freno, ogni traccia di professionalità, ogni resto di pazienza.
«Non siamo ancora neanche a metà,» gli sibila dietro la nuca.
«Adesso ti faccio vedere cosa succede davvero dentro questo studio.»
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